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Perché la fotografia è simile alla poesia (e perché molti fotografi fingono che non lo sia)

  • Immagine del redattore: sergio ferri
    sergio ferri
  • 18 nov 2025
  • Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 7 gen

L’idea che la fotografia debba raccontare, spiegare è molto diffusa. Ma la fotografia è un linguaggio, non illustrazione.



Dialogando con colleghi, studenti o semplici appassionati capisco che la fotografia viene per lo più pensata come una pratica che deve raccontare qualcosa. Né più ne meno che un articolo di giornale o, se va bene, un romanzo dallo svolgimento piuttosto lineare.


Del resto, da più parti si insiste ossessivamente sul concetto di storia: progetto, contesto, spiegazione. Mi domando se l'accento posto su questa dimensione non rappresenti un orizzonte narrativo monodimensionale, che in una certa misura tradisce la natura del mezzo.


Date queste premesse, credo che riflettere sul rapporto tra fotografia e poesia non sia un esercizio fine a se stesso, ma un modo per interrogare come guardiamo le fotografie e come fotografiamo il mondo.


La retorica dello “storytelling”

Storytelling è diventata una parola magica, utilizzata un po' ovunque. Ma come tutte le parole un po' di moda nasconde più di quanto sveli.

Del resto la narrativa rassicura (c’è un senso, una direzione, una conclusione) mentre la poesia — e certa fotografia — fa l’opposto: crea uno strappo.

Come scrive il pluricitato Roland Barthes, la fotografia è sempre legata a ciò che è stato, non a ciò che significa. Pretendere che racconti è chiederle di mentire sul proprio statuto.


Henri Cartier-Bresson viene spesso citato come esempio di fotografo-narratore. In realtà, il suo momento decisivo non racconta nulla: accade.

Quelle immagini funzionano non perché spiegano una situazione, ma perché la cristallizzano in una forma quasi metrica. Sono versi visivi, non capitoli di un romanzo.


Se un fotografo come Cartier-Bresson viene addomesticato diventando suo malgrado un fotografo "narrativo", uno come Daido Moriyama è un vero e proprio sabotatore.

Le sue immagini sono sporche, frammentarie, spesso “sbagliate”. Eppure funzionano perché rifiutano qualsiasi obbligo narrativo. Non spiegano il Giappone, non raccontano Tokyo: producono uno stato, come fa la poesia.



Quando William Eggleston fotografa uno scorcio di automobile o un soffitto, non sta raccontando l’America. Sta affermando che il significato non è gerarchico.

Questa è una posizione poetica, non narrativa.



Anche quando la fotografia contemporanea sembra avvicinarsi alla narrativa, lo fa spesso solo in apparenza. Un caso emblematico è Alec Soth.

Libri come Sleeping by the Mississippi o Niagara possono essere letti come grandi racconti visivi. Ma osservando le immagini singolarmente, la narrazione comincia ad entrare in crisi. E allora come dobbiamo considerare questi lavori?

Mi pare che Soth utilizzi la forma del progetto e del libro non tanto per costruire una storia lineare, ma per accostare immagini come fossero dei versi. La sequenza funziona per risonanza emotiva, non per linearità (il tema del letto che continua a ricorrere in Sleeping by the Mississippi, ad esempio).



La fotografia che vuole dire qualcosa spesso finisce per dire una sola cosa, e subito. La poesia è meno diretta, più laterale. E per questo continua a parlare.


Conclusione su fotografia e poesia (parziale e scomoda)

La fotografia è più simile alla poesia quando non promette comprensione immediata e non consola la nostra voglia di "capire".

A volte mi domando se insistere sulla narrativa non sia una forma di paura: paura del silenzio, dell’ambiguità, dell’inutilità apparente. Ma forse è proprio lì — nell’inutile, nel non spiegato, nel frammento — che la fotografia può diventare linguaggio, e non semplice illustrazione.


William Eggleston, Untitled (Biloxi, Mississippi), 1975
William Eggleston, Untitled (Biloxi, Mississippi), 1975


 
 
 

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2020 ©sergioferri fotografo PC - Italia

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