Stacy Kranitz: stare dentro l’immagine
- sergio ferri

- 3 gen
- Tempo di lettura: 4 min
Aggiornamento: 7 gen
Relazioni, intimità e rischio nel lavoro di Stacy Kranitz sugli Appalachi. Un invito a spingere la fotografia oltre la distanza, dentro la relazione, assumendosi il rischio di esporsi.

La prima volta che mi sono avvicinato al lavoro di Stacy Kranitz non è stato né per caso, né per un interesse specifico verso i temi da lei trattati. È stato per un suggerimento. Me l'ha messa lì, sul tavolo, di fronte a me, alcuni anni fa Nausica Giulia Bianchi. E lo ha fatto in quel modo in cui in genere si indicano a un amico certe letture quando si sente che possono toccare un punto scoperto. Non un’indicazione neutra, ma una presa di posizione teorica.
A distanza di tempo, mi rendo sempre più conto che quel prezioso suggerimento non riguardava tanto Kranitz in quanto autrice interessata a un tema specifico (gli Appalachi per lei, gli Appennini per me), ma era un modo per invitarmi a spingere più in là alcune questioni che nel mio lavoro erano già presenti, ma tenute sospettosamente a freno: le relazioni, l’intimità, il mettersi in gioco. Non tanto come tema, quindi, quanto come posizione in cui mettersi quando si affronta un argomento complesso.
Quando ho iniziato a sfogliare le immagini di Kranitz, raccolte nel bellissimo libro As It Was Give(n) to Me, la sensazione non è stata di riconoscimento immediato, ma di spaesamento. Non c’era la distanza che di solito mi permette di orientarmi. Non c’era una forma rassicurante o determinati livelli di lettura formale a cui aggrapparsi. Quindi ho dovuto fare un certo sforzo per capire il valore di questa fotografa.
Il ritorno negli Appalachi di Stacy Kranitz
Kranitz lavora da anni negli Appalachi, una regione che conosce dall’interno. È cresciuta in una famiglia operaia della Virginia Occidentale, e il suo ritorno in questi luoghi non ha nulla dell’esplorazione o della scoperta. As It Was Give(n) to Me non è il resoconto di un’indagine, ma il risultato di una permanenza lunga, irregolare, fatta di ritorni, di relazioni e di conflitti mai risolti.
Questa ambiguità è fondamentale. Gli Appalachi, nel suo lavoro, non diventano mai solamente un tema. Sono un campo di forze: affettivo, sociale, politico. Un luogo attraversato da stereotipi consolidati, da una lunga storia di rappresentazioni sbilanciate, e da una povertà che troppo spesso è stata trasformata in retorica dell'America profonda.
Di fronte a tutto ciò, Kranitz non ha cercato di controbilanciare questi stereotipi con immagini "migliori". Non sostituisce uno sguardo violento con uno sguardo gentile. In As It Was Give(n) to Me sceglie una strada più difficile: rende visibile un certo disagio della relazione, senza però proporre una forma risolutiva.
Mettersi in gioco
Una cosa che continuo a trovare centrale nel suo lavoro e nelle sue dichiarazioni è il modo in cui il coinvolgimento non viene mai presentato come un valore positivo in sé. Essere vicini non significa essere nel giusto. Essere implicati non significa essere innocenti. La relazione, nelle sue immagini, è sempre instabile e ricca di tensione.
Spesso Kranitz è fisicamente dentro la scena e il suo corpo fa parte dell’immagine. Ma non c’è mai l’idea di una presenza rassicurante. Al contrario, ciò che emerge è il rischio: di sbagliare, di forzare, di non sapere esattamente dove ci si trova.
È qui che, guardando As It Was Give(n) to Me, ho iniziato a sentire che quel suggerimento iniziale mi stava parlando direttamente. Non come modello da seguire, ma come messa in crisi. Fino a che punto sono disposto a restare dentro una relazione? Fino a che punto sono disposto a espormi, senza proteggermi dietro una forma?
Dopo Nan Goldin, ma non nello stesso punto
Ho pensato molto a quali altri autori o autrici mi riportava Stacy Kranitz. Un riferimento abbastanza immediato è a Nan Goldin. Goldin ha aperto uno spazio in cui la fotografia nasceva dalla vita. Le sue immagini prendono forma dentro una comunità di amici è in cui l’intimità è una condizione primaria. La prossimità, in Goldin, è totale e dichiarata.
Un altra autrice interessata arealtà subalterne è Dana Lixenberg. Anche in Imperial Courts la relazione coi soggetti fotografati si costruisce nel tempo, attraverso una frequentazione lunga e costante. Tuttavia non c'è tutta qeulla prossimità. Anzi l’intimità non viene mai messa troppo in scena.
È proprio tra questi due poli — la prossimità radicale di Goldin e la distanza rigorosa di Lixenberg — che il lavoro di Stacy Kranitz trova la sua posizione specifica. In As It Was Give(n) to Me non c’è né la fusione totale né la distanza protetta. La relazione è instabile, intermittente, segnata da ritorni e disallineamenti. L’intimità non è data, ma continuamente rimessa in gioco.
As It Was Give(n) to Me è un lavoro singolare propio per la sua posizione "non giudicante". Non offre alibi né attraverso l’intimità né attraverso la distanza. E in questo spazio irrisolto — tra coinvolgimento e responsabilità — continua a interrogare chi guarda.

Perché questo lavoro resta così importante per me
Quel primo suggerimento di Giulia — forse — era un invito a spingermi in una zona meno protetta. A considerare l’intimità come rischio.
As It Was Give(n) to Me continua a restare con me proprio per questo: è scomodo e aperto.








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