Fotografia e spazio immaginativo
- sergio ferri

- 2 gen
- Tempo di lettura: 3 min
Aggiornamento: 7 gen
Nel linguaggio comune siamo abituati a parlare di fotografia in termini di bellezza: una bella luce, una bella composizione, un bel soggetto. Ma è un requisito sufficiente?

Oltre l’immagine “bella”
Personalmente credo che una fotografia troppo compiuta, eccessivamente armonica o fin troppo esplicita rischi sempre di chiudersi in una forma di retorica autoreferenziale. Spesso offre allo sguardo una soluzione unica e rassicurante, senza chiedere nulla a chi osserva. Diventa così un oggetto che si consuma assai rapidamente.
La fotografia dovrebbe invece concedersi una certa dose di incompletezza, magari anche di ambiguità. Non dovrebbe porsi il fine di sedurre lo spettatore, ma in qualche modo di attivarlo.
Il suo valore non risiede soltanto in ciò che mostra, ma soprattutto nello spazio che lascia vuoto.
Lo spazio dell’immaginazione
Ogni fotografia è una soglia in cui siamo costretti ad entrare per colmare le assenze con il nostro vissuto, le nostre esperienze, inostri desideri.
In questo senso, una fotografia non è mai completa senza chi la guarda.
Lo spazio immaginativo nasce proprio lì: nell’interazione tra ciò che la foto suggerisce e ciò che noi vi proiettiamo. Un’ombra può diventare una presenza. Un gesto interrotto può trasformarsi in una storia. Un luogo vuoto può evocare una memoria personale.
Suggerire è più opportuno che spiegare.
Il senso che nasce dalla relazione
Lo spazio della nostra immaginazione di espande ulteriormente quando le fotografie smettono di essere isolate e iniziano a dialogare tra loro. Una singola fotografia può essere risolta, mentre se cominciamo ad accostarla ad altre può diventare improvvisamente evocativa.
Una foto cambia senso se messa prima o dopo un’altra. Un dettaglio diventa centrale, un soggetto perde importanza, un’atmosfera si carica di tensione o di intimità. Come nel montaggio cinematografico o nella poesia, la relazione tra le immagini crea un terzo elemento invisibile, ma potentissimo.

Fotografia come domanda, non come risposta
Pensare la fotografia in questi termini significa accettare l’idea che un’immagine aprire diverse possibilità.
Una fotografia riuscita non è quella che capiamo subito, ma quella che continua a lavorare dentro di noi anche dopo averla guardata. Quella che cambia a seconda di chi la osserva, del momento, del contesto in cui viene inserita.
In fondo, fare fotografia significa anche questo: fidarsi dell’intelligenza e della sensibilità di chi guarda, e concedergli lo spazio per immaginare.
Risonanze e pratiche contemporanee
Molti lavori della fotografia contemporanea mostrano come questo che ho definito un po' sommariamente spazio immaginativo non sia un concetto astratto, ma una pratica concreta. Prendo quasi a caso tre fotografi a me molto cari ma tra loro molto diversi per temi trattati, approccio, poetica, sensibilità. Pur nella loro distanza, in ognuno di loro possiamo rintracciare la capacità di "sospendere" lo sguardo, di non chiudere il cerchio, di non predisporre fotografie solamente "belle", ma aperte, stratificate, dialogiche.
In Some Say Ice di Alessandra Sanguinetti, ad esempio, le fotografie non costruiscono né un racconto lineare, né un messaggio univoco. Ma tra una foto e l’altra emergono temi come il desiderio, la trasformazione, la fine. E' un libro percorso da una costante inquietudine.
Anche il lavoro di Mark Steinmetz (nelle sue diverse declinazioni) mostra come un certo accostamento possa generare tensione e ambiguità. Le fotografie, spesso apparentemente autonome, acquistano forza quando vengono lette in sequenza: ciò che conta non è tanto il soggetto, quanto il ritmo, le ripetizioni.
Nel lungo lavoro di Lara Shipley, Desire Lines, realizzato sul confine tra Stati Uniti e Messico, il paesaggio e la presenza umana diventano segni più che descrizioni. Il confine non è raccontato come fatto politico esplicito, ma come spazio carico di tensioni che percepiamo ma di cui non comprendiamo del tutto chiaramente l'origine. Le foto (e talvolta le illustrazioni o le foto d'epoca), messe in relazione tra loro, producono un senso di attesa, come se stesse per succedere qualcosa di grave. Ho avuto la stessa sensazione davanti ad alcuni film di David Linch.
Questi autori tra loro tanto diversi mostrano come la fotografia possa essere pensata non come immagine singola e risolutiva, ma come campo di possibilità, dove il senso emerge nel tempo, nella relazione e nell’immaginazione di chi guarda.
Riferimenti web dei fotografi citati
Alessandra Sanguinetti — sito ufficialehttps://alessandrasanguinetti.com premioluisvaltuena.org
Alessandra Sanguinetti su Magnum Photos (portfolio e biografia)https://www.magnumphotos.com/photographer/alessandra-sanguinetti/ premioluisvaltuena.org
“Some Say Ice” — editore e dettagli del progettohttps://leporello-books.com/prodotto/some-say-ice/ Leporello
Sito ufficiale di Mark Steinmetz — mostra i suoi lavori, libri e informazioni biografichehttps://www.marksteinmetz.net/ Mark Steinmetz
Profilo di Mark Steinmetz su LensCulture — informazioni sul suo approccio e monografiehttps://www.lensculture.com/mark-steinmetz LensCulture
Artista Mark Steinmetz su Yancey Richardson Gallery — dettagli biografici e operehttps://www.yanceyrichardson.com/artists/mark-steinmetz yanceyrichardson.com
Lara Shipley — sito personale (portfolio & progetto Desire Lines)https://www.larashipley.com/ Overlapse
Lara Shipley — profilo su Michigan State Universityhttps://people.cal.msu.edu/shiple25/ Directory















Commenti