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Fare foto con Joyce

  • Immagine del redattore: sergio ferri
    sergio ferri
  • 8 gen
  • Tempo di lettura: 2 min

Aggiornamento: 9 gen

Quando certe cose che hai in testa - musica, libri, racconti - riemergono a caso e ti ispirano un po'.



Quando vado per valli di solito seguo una traccia. Ci lavoro con calma: sento questo o quell'altro, seguo le piste che mi sembran più giuste, scrivo, telefono, parto.

Un copione consolidato.


A Ferriere, Ottone, o in zone anche molto remote, avviene l'incontro. Saluti cordiali, strette di mano, non saper cosa dire, e la timida danza attorno ad ataviche diffidenze (per "ù furestu" o per le foto, chissà...). Alcune amicizie sono iniziate con poco; altre non sono mai sbocciate.


Per fare le foto ho una mia ritualità: tiro fuori la macchina, inizio a montarla in silenzio – fisso la stendarda posteriore, poi quella anteriore, monto la piastra, svito, avvito... - e assisto alla curiosità di chi mi sta intorno con divertimento - “ah ma è tutta di legno!”, “ah ma è antica?” “il telo come una volta!” - e un pizzico di preoccupazione: "magari poi li deludo"; "e se la foto non gli piace"? Vecchi dilemmi.


A volte non trovo nessuno. Ma è che quando ho deciso che un giorno “vado su” non c'è verso, e devo andare. Magari ho solo un'ipotesi flebile, un contatto da verificare; o solo l'eco di un passaggio irrisolto in quel posto. Più che altro mi muove la speranza - irrazionale e vana - di un incontro casuale che mi restituisca una foto mai vista.


Ma va sempre a finire così, che me ne resto da solo a vagare per strade e sentieri deserti. D'inverno, specialmente, è una desolazione.


Ma sto bene con me.


Mi faccio trasportare da curiosità vecchie e nuove: un panorama di sguincio, un toponimo singolare, qualche ricordo, anche solo un sentito dire. Consulto le carte. Immagino.


A Roffi - ai Roffi, come dicono qui - non c'ero mai stato. Mi ero spinto anni fa fino a Cassimoreno, poco sotto, per fare una foto alla Caterina, mitica ostessa.

Sono arrivato ch'era quasi Natale; poca neve e un bel sole.


Ma son mesi che l'Appennino è deserto.


Tracce di permanenze estive - una sdraio appoggiata al muro, tavolini e sedie sotto un pergolato rinsecchito, barbecue protetti da teli di nylon – e villeggiature ristrutturate da poco.


Poco più in là, una vecchia stalla - modesta e a suo modo austera; quattro porte di legno su una scala mancante; in lontananza, una frana.


Ho fatto tre foto. Avevo letto James Joyce.




 
 
 

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2020 ©sergioferri fotografo PC - Italia

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