Fotografia giapponese e tradizione occidentale
- sergio ferri

- 5 set 2025
- Tempo di lettura: 3 min
Un percorso personale e un confronto critico con alcune figure centrali della fotografia giapponese del dopoguerra, osservate da una prospettiva occidentale.

Devo essere sincero: ho sempre guardato la fotografia giapponese con una certa diffidenza. Non per mancanza di interesse, ma per una distanza che mi sembrava difficile da colmare: culturale, visiva, quasi esistenziale.
A un certo punto, però, grazie al suggerimento di una amica ho incontrato Nobuyoshi Araki di Sentimental Journey. Era un libro che conoscevo solo di nome, legato a un autore che avevo tuttavia sempre associato a un lavoro erotico che non mi aveva mai realmente interessato.
Qualche tempo dopo, nel 2024, ai Rencontres d’Arles, ho visto Mother’s di Miyako Ishiuchi. Anche in quel caso l’esperienza diretta ha prodotto una piccola conversione: c'era qualcosa che chiedeva di essere riconsiderato con attenzione.
È a partire da questi due incontri — uno mediato da un’amicizia, l’altro da una mostra — che ho deciso di rivedere la mia posizione nei confronti della fotografia giapponese.
Tradizione fotografica occidentale e distanza culturale
L'idea di fotografia di cui mi sono nutrito si è bene o male formata all’interno della tradizione fotografica europea e americana: una tradizione che, pur attraversata da profonde revisioni e innumerevoli contraddizioni interne, ha sempre mantenuto un rapporto esplicito e problematico con il mondo storico e sociale. Una fotografia che ha fatto della forma non un esercizio stilistico, ma un modo per assumere una responsabilità nei confronti del reale.
La fotografia giapponese, almeno nella sua versione più canonizzata, mi è sempre sembrata muoversi in un immaginario troppo distante dai miei riferimenti visivi abituali.
Fotografia giapponese del dopoguerra e crisi del realismo
Avvicinandomi un po' di più a questa tradizione, e leggendo alcuni testi di approfondimento, mi è apparso chiaro come la fotografia giapponese del dopoguerra non si definisce tanto per uno stile quanto per una critica del realismo fotografico.
Come ha osservato il critico Kōtarō Iizawa, la fotografia giapponese nasce da una profonda diffidenza nei confronti dell’idea di immagine come "copia" del reale. La fotografia non è assunta come strumento neutrale di accesso al mondo, ma come dispositivo che rende visibile la distanza tra esperienza e rappresentazione.
Qui di seguito elenco alcuni autori che mi pare siano significativi da questo punto di vista.
Daido Moriyama
In Moriyama questa distanza è proprio strutturale. La città non è mai un oggetto conoscibile, ma un ambiente disarticolato. E l’immagine non può stabilizzare il reale questo reale così caotico.
Come ha scritto Mark Holborn, la fotografia di Moriyama non organizza il mondo, ma ne registra l’attrito sul soggetto.
Nobuyoshi Araki
È proprio Araki, paradossalmente, che mi ha fornito il punto di accesso più inatteso alla fotografia giapponese. Non tanto nel lavoro erotico, quanto nella dimensione diaristica.
In Sentimental Journey, ho trovato un racconto sentimentale estremamente delicato e quasi perfetto anche quando le immagini sembrano divagare.
Eikoh Hosoe
Hosoe è un fotografo in cui il corpo è una figura teatrale.
Come ha osservato piu di un critico è una fotografia che mette letteralmente in scena.
Miyako Ishiuchi
Memoria, traccia e materia
Ishiuchi rappresenta, per me, il punto di maggiore prossimità.La sua fotografia lavora per indizi, per superfici segnate, per residui.
Ho visto Mother’s di Ishiuchi ai Rencontres d’Arles nel 2024: le immagini di abiti e oggetti della madre non funzionavano come reliquie, ma come superfici di tempo, luoghi in cui la memoria restava attiva senza essere monumentalizzata.
Una distanza che resta produttiva
Questo piccolo percorso non mi ha portato ad una conoscenza approfondita della fotografia giapponese, né a riconsiderare come del tutto superate le mie resistenze iniziali. La tradizione fotografica occidentale in cui continuo volente o nolente a riconoscermi resta, per me, un luogo più agevole, con coordinate più chiare.
La fotografia giapponese del dopoguerra, tuttavia, mi pare un immaginario con cui è necessario misurarsi. Soprattutto quando propone lavori così intriganti e delicati come Sentimental Journey e Mother.
Bibliografia essenziale sulla fotografia giapponese
Japanese Photography from Postwar to Now – Kōtarō Iizawa
Provoke: Between Protest and Performance – Mark Holborn (a cura di)
Sentimental Journey – Nobuyoshi Araki
Eikoh Hosoe - Ryuichi Kaneko
The History of Japanese Photography – Anne Wilkes Tucker et al.
























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