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Some Say Ice: nel gelo di Black River Falls il tempo si ferma

Quel sottile stato di angoscia che ci prende quando sfogliamo Some Say Ice di Alessandra Sanguinetti.


C’è qualcosa di ipnotico e inquietante nelle fotografie che Alessandra Sanguinetti raccoglie in Some Say Ice. È un libro dal sapore dark, uno di quelli a cui, dalla sua uscita nel 2022, torno più spesso.

Che si tratti di una consultazione rapida o di una riflessione più ampia, ogni volta mi rivela un dettaglio inatteso, una connessione che non avevo colto. Per me è un libro imprescindibile



Some Say Ice nasce dalla lettura da parte dell'autrice di Wisconsin Death Trip di Michael Lesy un libro di saggistica storica pubblicato nel 1973 che descrive numerosi incidenti tragici e bizzarri accaduti alla fine dell'800 nei dintorni di Black River Falls.


Sanguinetti arriva a Black River Falls nel 2014, ma il suo rapporto con questo luogo affonda nell’infanzia, legato proprio a quel libro-culto che mescolava fotografia e tragedia.


Some Say Ice sembra raccogliere e trasformare quella prima suggestione, situandosi tra memoria, letteratura e immagine.



La città e i volti dei suoi abitanti — giovani e anziani, soli o in gruppo — sono approcciati con un distacco volutamente calibrato. Per molto tempo infatti Sanguinetti ha finto di essere la fotografa ufficiale della città. Uno stratagemma che le ha permesso di avvicinare le persone senza chiedere loro di “posare”. Non sorprende allora che la sua scelta sia stata quella di non mostrare sorrisi e di fotografarli con un treppiede e tempi lenti, in una specie di rituale creato appositamente. E questo senso di ritualità in effetti si avverte in molte immagini: gli adolescenti paiono sospesi nel passaggio incerto verso l’età adulta, mentre gli anziani portano addosso una calma che appartiene a un altro tempo. È forse questa doppia tensione — metamorfosi e immobilità — a generare la pulsazione segreta del libro..



Il risultato è un racconto più enigmatico che descrittivo di un Midwest che sfugge alle categorie: non è reportage, non è archivio, non è pura fiction. È un’indagine visiva che procede per frammenti, per allusioni, per scampoli di realtà.

Il risultato è un libro che interroga l'idea stessa di comunità, di memoria e di rappresentazione. E che ci ricorda, con discrezione ma con una certa fermezza, che ogni immagine è anche un atto di responsabilità verso i luoghi, le persone, e il tempo che inevitabilmente ci attraversa.


 
 
 

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2020 ©sergioferri fotografo PC - Italia

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